Come Papa Giovanni XXIII matura l’idea del Concilio

11 ottobre 1962 – Papa Giovanni XXIII ha la gioia di aprire il Concilio con oltre 2.500 Vescovi con il bellissimo discorso: «Gaudet Mater Ecclesia. Gioisce la Madre Chiesa». Ma come nacque nasce l’idea del Concilio? La risposta viene dal Papa bergamasco stesso in più occasioni, discorsi e scritti …

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«Paenitentiam agere. Fare penitenza». Il 1° luglio 196 Papa Giovanni chiede ai fedeli di tutto il mondo preghiere e mortificazioni per la buona riuscita del Concilio Vaticano II perché sia «una novella Pentecoste». L’11 ottobre 1962 il Papa bergamasco ha la gioia di aprire il Concilio con oltre 2.500 vescovi con il bellissimo discorso: «Gaudet Mater Ecclesia. Gioisce la Madre Chiesa».

Non turbano più di tanto Papa Roncalli il fatto che i lavori del Concilio fatichino a partire, che l’assemblea stenti a carburare, che i «padri» chiedano anzitutto di conoscersi e che l’assise respinga i progetti dei documenti da discutere predisposti dagli uomini di Curia, in particolare dal Sant’Uffizio e dal suo capo, il cardinale Alfredo Ottaviani, «il carabiniere di Dio». Grazie all’intervento di alcuni vescovi progressisti, capitanati dall’arcivescovo di Malines-Bruxelles cardinale Leo-Joseph Suenens, sarà il cardinale Giovanni Battista Montini a sottoporre, con l’approvazione del Pontefice, una lista di temi e un piano di lavoro che l’assemblea accoglie.

Come nasce l’idea del Concilio? La risposta viene da Giovanni XXIII in più occasioni, discorsi e scritti. Non è il frutto di una prolungata considerazione, ma un fiore spontaneo di inattesa primavera, apparso nella sua mente all’inizio del pontificato, «un’ispirazione dell’Altissimo». All’apertura dell’assise spiega: «Per quanto riguarda il grande avvenimento basti, a semplice titolo di documentazione storica, riaffermare la nostra umile ma personale testimonianza del primo e improvviso fiorire dal nostro cuore e dalle nostre labbra della semplice parola del Concilio ecumenico». Nel Novecento l’idea di un Concilio non è assente ma i tentativi fatti e gli studi commissionati da Pio XI e Pio XII non hanno esito. Un Concilio è necessario perché Giovanni XXIII ha la consapevolezza della complessità dei mutamenti storici, religiosi ed ecclesiali: per affrontarli c’è bisogno di pazienza e costanza. Il Vaticano II rappresenta una svolta storica nella vita della Chiesa in contrapposizione con la «monarchia papale» instaurata da Pio IX e proseguita dai suoi successori dopo il Vaticano I. Uomo di profonda fede e di intensa preghiera, Roncalli accoglie prontamente la divina ispirazione; con risolutezza e senza esitazione avvia l’impresa contro le resistenze della Curia e di parte dell’episcopato.

È mosso dalla sollecitudine pastorale e dalle necessità dei tempi: «Ci sta dinanzi la sola prospettiva del “bonum animarum” e di una corrispondenza ben netta e definita del pontificato con le spirituali esigenze dell’ora presente». Nella prima enciclica «Ad Petri cathedram» del 29 giugno 1959 spiega: «Scopo principale del Concilio è promuovere l’incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi». Il 30 giugno 1959 dichiara: «Nel Concilio la Chiesa, fedele alla dottrina immutabile del Fondatore e sulle orme della tradizione, si ripropone di attingere nuovo vigore per la sua missione, di rinsaldare la sua vita e coesione, di stabilire efficienti norme di condotta e di attività». Non una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare ma una conferma, uno sviluppo, un aggiornamento. Deplora «il malinteso aggiornamento» affermando l’immutato valore dei principi fondamentali. Non è il patrono dei contestatori, non è il Papa della liberazione dalle «catene della tradizione», non è il promotore di un aggiornamento arbitrario: «Ciò che più preme al Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed esposto in maniera più efficace». Ribadisce i due scopi prioritari: uno stile ecclesiale che privilegi la misericordia e uno sforzo per rendere il Vangelo più comprensibile all’uomo moderno. La svolta nasce dalla sua esperienza spirituale, pastorale ed ecumenica che non si oppone alla teologia, ma la precede e la nutre.

Nel Concilio due tendenze si fronteggiano. Gli «innovatori» che vedono la Chiesa come profezia e rinnovamento; i «conservatori» che vedono la Chiesa come «società perfetta e autonoma» da mantenere e rafforzare. In questa contrapposizione si sviluppa la preparazione e la prima sessione. I cardinali e vescovi francesi, tedeschi, belgi e olandesi Leo-Joseph Suenens, Paul Liénart, Jan Bernard Alfrink, Joseph Döpfner, Agostino Bea e Johannes Willebrands guidano la pattuglia della prima tendenza. I cardinali italiani e di Curia Giuseppe Siri, Ernesto Ruffini e Alfredo Ottaviani e i vescovi Marcel Lefebvre e Luigi Maria Carli sono i punti di riferimento della seconda. Giovanni Battista Montini di Milano e Giacomo Lercaro di Bologna sono i «mediatori» fra le due fazioni. La difficoltà è integrare queste due tendenze in modo da raggiungere un punto di convergenza. Singolari la sintonia, l’affetto e la stima – osserva il segretario Loris Francesco Capovilla – «tra il bergamasco Angelo Giuseppe di Sotto il Monte e il bresciano Giovanni Battista di Concesio: educati secondo i rigidi canoni della riforma tridentina e nutriti dalla solida “pietas” lombardo-veneta, coltivano stretti rapporti di collaborazione al servizio della Santa Sede. Poi l’uno patriarca dei veneti e l’altro sulla cattedra dei Santi Ambrogio e Carlo». Chiari i segnali lanciati da Roncalli a favore di una successione di Montini: durante la prima sessione lo vuole ospite nei Palazzi Apostolici.

L’attesa e la preparazione del Concilio non esauriscono il pontificato ma illuminano la sua attività ordinaria. L’enciclica «Mater et magistra» (15 maggio 1961) aggiorna la dottrina sociale della Chiesa dalla «Rerum novarum» di Leone XIII (1891) alla «Quadragesimo anno» di Pio XI (1931) e di radiomessaggi pacelliani. Nuovi problemi incalzano: la fine del colonialismo, la nascita di nuovi Stati, il balzo alla ribalta dei popoli in via di sviluppo bisognosi di aiuti e assistenza, l’esigenza di una collaborazione in campo mondiale attraverso l’Onu, il boom dell’industria a danno dell’agricoltura. L’enciclica giovannea ribadisce l’amore della Chiesa per i lavoratori e l’attenzione per i problemi della moderna sociologia nell’ottica dell’Incarnazione per cui «il Cristianesimo è congiungimento della terra con il cielo in quanto prende l’uomo nella sua concretezza, spirito e materia, intelletto e volontà, e lo invita a elevare la mente dalle mutevoli condizioni della vita terrestre verso le altezze della vita eterna».

La bianca processione di 2.500 vescovi in piazza San Pietro l’11 ottobre 1962 apre l’assise che si svolge nella basilica attrezzata ad «aula conciliare». Una celebrazione di quattro ore e mezzo trasmessa in bianco e nero dal primo (e unico) canale della Rai e conclusa dal celebre discorso – «È tutto farina del mio sacco» – «Gaudet Mater Ecclesia. Gioisce la Madre Chiesa» in latino che presenta la fecondità sempre nuova del Vangelo tacitando i «profeti di sventura» che hanno timore del nuovo. Il Vaticano II non sarà la ripetizione di verità dottrinali ma mirerà «a una penetrazione dottrinale e a una formazione delle coscienze, in corrispondenza più perfetta all’autentica dottrina, anche questa studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno, nelle forme e proposizioni di un magistero prevalentemente pastorale». Legge il popolo di Dio in una dimensione familiare, secondo lo stupefacente discorso che quella sera pronuncia dalla finestra del suo studio davanti a piazza San Pietro gremita da una folla di 200 mila persone e illuminata dalle fiaccole e dalla Luna: «Tornando a casa, date una carezza ai vostri bambini e dite loro che è la carezza del Papa». È per sempre «il discorso della Luna».

Smentisce i «profeti di sventura che scorgono solo tenebre» – «Alcuni non scorgono che tenebre. Noi invece amiamo riaffermare l’incrollabile fiducia nel Divin Salvatore che non ha abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi ci esorta a interpretare “i segni dei tempi”. Scorgiamo indizi di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità. Le guerre micidiali, le luttuose rovine generate da molte ideologie, le gravi atrocità degli eventi che gli uomini hanno sperimentato, i progressi della tecnica, con i quali è stata data all’uomo la possibilità di creare ordigni spaventosi per l’autodistruzione, hanno ingenerato angoscia e pericolo. Gli uomini sono preoccupati e desiderano la pace. L’assistenza di Cristo alla Chiesa è stata evidente soprattutto quando la comunità umana era sconvolta dalle più furiose tempeste. In queste evenienze la Chiesa si è presentata maestra di verità e dispensatrice di salvezza. L’umanità, gravemente turbata, aspira a un totale rinnovamento. Compiti vastissimi sovrastano la Chiesa alla quale si chiede di immettere l’energia perenne e vivificante del Vangelo nelle vene dell’umanità, che si esalta delle conquiste della tecnica e delle scienze, ma subisce le conseguenze di un ordine temporale che si tenta di riorganizzare prescindendo da Dio. Gli uomini non sono progrediti nei beni dell’animo di pari passo con i beni materiali. Aspirano ai molteplici piaceri del mondo che il progresso offre con tanta facilità: molti popoli sono stati raggiunti da una corrente, agguerrita come un esercito, che nega l’esistenza di Dio».

La Chiesa segue la situazione «con vigile attenzione» e si pone contro le ideologie che riducono tutto a materia e tentano di sovvertire i fondamenti della fede. Giovanni è convinto di aver obbedito «a una voce interiore e a un’ispirazione venuta dall’Alto». Quanto alla comunità umana, «che i pericoli di disastrosi conflitti mantengono insicura, turbata, ansiosa, il Concilio offrirà l’opportunità di avviare pensieri e propositi di pace». È anche convinto che, grazie alla dottrina sociale, «la Chiesa ha conseguito un livello così elevato di dignità che la sua voce gode di autorità come interprete e propugnatrice dell’ordine morale e portavoce dei diritti e dei doveri degli individui e della comunità».

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