Il futuro di Torino «si può subire oppure guidare». Dietro a questa centratissima affermazione del sindaco Stefano Lo Russo c’è la consapevolezza dei molto gravi problemi della città (crisi industriale, periferie arrabbiate, lavoro precario e giovani che se ne vanno) anche se martedì scorso, in occasione della presentazione del nuovo Piano Regolatore, il sindaco non li ha menzionati. Poteva farlo e non sarebbe stato un errore, perché il Piano messo a punto dall’assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni è notevole, nasce da due anni di consultazione in tutti i quartieri e contiene molti interessanti propositi di risposta alle ferite della città: in primo piano l’intuizione che la qualità della vita dei torinesi, nei prossimi decenni, si giocherà sul ritorno di servizi capillari e ben garantiti in tutti i 34 quartieri della città, a partire dalle periferie emarginate e abitate da popolazioni anziane, fianco a fianco dei migranti disorientati.
Glissare sui problemi – che il sindaco ha indubbiamente ereditato dal passato – non è utile perché rischia di comunicare il sapore della propaganda tranquillizzante, mentre il nuovo Piano Regolatore può convincere con la concretezza della filosofia che lo ispira: governare anziché subire. Darsi da fare invece che piangersi addosso. Parlando ai rappresentanti delle istituzioni locali, presente l’Arcivescovo Repole, Lo Russo e Mazzoleni hanno prospettato interventi a pioggia per garantire la rapidità delle connessioni interne («tutti i servizi raggiungibili in 15 minuti») ed esterne (Tav, collegamento al porto di Genova, aeroporto). Poi il futuro si giocherà sul riutilizzo dei tanti spazi abbandonati dall’industria pesante, perché tornino a ospitare iniziative imprenditoriali (aerospazio, intelligenza artificiale, ospedali, centri di ricerca) e tornino i posti di lavoro che Torino ha perso sia nella grande industria che nelle piccole e medie fabbriche dell’indotto.
Il nuovo Piano Regolatore scommette di trattenere i giovani con l’offerta universitaria, con alloggi meno costosi della carissima Milano, ma soprattutto con la speranza che nuove aziende rispondano davvero alla chiamata di Torino, la chiave di volta di tutto il discorso. Siamo purtroppo ancora in una stagione molto inquieta: Mirafiori che arranca, Iveco venduta agli indiani, voci insistenti sulla cessione del quotidiano La Stampa a un editore veneto…
«Il nuovo Piano Regolatore – commenta l’economista Mauro Zangola – per essere efficace dovrà tener conto del contesto in cui opera: siamo alle prese con la deindustrializzazione (ormai l’industria fornisce poco più del 20% del valore aggiunto complessivo), con posti di lavoro sempre più precari (il 75%), con una città che si spopola a causa della denatalità ( il numero dei nati nel 2025 e il più basso dal 1958) e che invecchia. I giovani torinesi sono poco e male utilizzati (lavora solo un terzo dei 15-29enni) e ci sono tanti disoccupati (31 mila) e inattivi in età da lavoro (143 mila)».
Il Piano lavorerà per migliorare – ma su questo è già stato fatto molto – anche la qualità dell’animazione culturale (grandi eventi, sistema museale, nuova Biblioteca Civica al Valentino) e del verde pubblico, dei fiumi e della collina: sono la cornice che aiuta a rendere attraente una metropoli.
Per i particolari occorre attendere: martedì scorso sono stati presentati gli obiettivi generali, nessuna azione di dettaglio. Ovvio che conteranno proprio le decisioni concrete sulla destinazione d’uso delle aree in trasformazione, sulle regole per costruire e per trasformare, sulle infrastrutture di supporto. Per ora non le conosciamo, ma è stato spiegato che saranno oggetto di un iter ancora piuttosto lungo: entro Natale la prima bozza del Piano, poi il passaggio in Consiglio comunale e nelle Commissioni, poi la presentazione alla città e un tempo per la raccolta di osservazioni e per le richieste di modifica, forse anche da parte degli altri Comuni dell’area metropolitana, ad oggi poco coinvolti, per esempio sul tema delle connessioni e del pendolarismo. Solo dopo tutto questo, a metà o alla fine del 2026, arriverà l’approvazione definitiva in Consiglio comunale.
Il vecchio Piano Regolatore di Torino risale al 1995 (sindaco Castellani). Sono passati 30 anni, troppi, perché il mondo di allora non esiste più. Negli anni Novanta il Piano fu costruito attorno alla decisione di realizzare una grande opera strategica: il Passante Ferroviario, che ha portato i binari nel sottosuolo cancellando il trincerone che divideva Torino in due parti. Il viale realizzato sulla copertura del Passante (la Spina centrale) ha rappresentato una grande operazione di ricucitura della città, attorno alla quale si sono poi sviluppate le Ogr, l’Enviroment Park, il grattacielo di Intesa Sanpaolo, la nuova Porta Susa, la nuova edilizia residenziale e commerciale…
Pare di capire che il nuovo Piano non preveda trasformazioni urbanistiche di queste dimensioni. Prevede tuttavia la Linea 2 di metropolitana sotterranea, destinata a rivoluzionare – quando arriverà – l’attraversamento di Torino da Nord a Sud, così come ha fatto la Linea 1 in direzione Est-Ovest.
Non ci saranno riconnessioni come quella operata del Passante Ferroviario, ma una grande ricucitura andrà comunque cercata e trovata nei prossimi anni, a tutti i costi, lungo il nuovo muro invisibile della città, quello di corso Regina Margherita, che divide a Sud la città benestante e a Nord la periferia più difficile, degradata e a rischio di tensione sociale.
Il volto futuro di Torino dipenderà molto dal destino della Barriera di Milano e della Falchera. «Migliorare la qualità dei servizi in tutti i quartieri è quanto mai opportuno – conclude Zangola – ma non dobbiamo dimenticare che i problemi che dividono la città in due parti sono ben altri: disoccupazione, povertà, fragilità, emergenza casa…».



