«Reinvestire a Torino almeno una parte del proprio patrimonio, a sostegno delle imprese e dello sviluppo, dovrebbe essere considerato un dovere dalle persone che in questa città hanno accumulato le loro grandi fortune economiche». Così l’ex sindaco Valentino Castellani torna sulla questione sollevata dall’Arcivescovo Repole durante l’Omelia della Festa di San Giovanni Battista.

Prof. Castellani, perché questa Omelia ha fatto tanto discutere?
Perché ha detto una cosa verissima: che non ci si può dimenticare del territorio nel quale si è vissuto e ci si è arricchiti. Purtroppo i torinesi, mi riferisco a quelli che detengono i grandi capitali, investono poco sulla città. Quindi condivido la denuncia di Repole, già rilanciata da Ferruccio De Bortoli sul «Corriere della Sera» e su «La Voce e Il Tempo» della scorsa settimana. Investire in città è un dovere.
In senso morale?
Lo definirei piuttosto un dovere di cittadinanza. Lo chiede l’art. 2 della Costituzione Italiana. Il testo è esplicito: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
Cosa significa?
Che se vogliamo godere dei nostri diritti e del relativo benessere, abbiamo da osservare anche doveri «inderogabili» di solidarietà economica e sociale.
Quali?
Dobbiamo investire anche a vantaggio della collettività e in questo modo restituire quello che abbiamo ricevuto. Come ha osservato De Bortoli, non si può vivere con l’unico obiettivo di ingrassare le casseforti familiari.
Ma investire a Torino è conveniente?
Ecco il punto. Tocca alla città attirare investitori. Il sistema torinese della politica, delle imprese e delle banche deve trovare il modo di convincere a investire qui, non dall’altra parte del mondo. Per farlo bisogna che il nostro territorio elabori convincenti strategie di sviluppo.
L’espressione «sistema Torino» è stata talvolta utilizzata in senso negativo…
Perché una città si sviluppi occorrono due cose: la capacità, come ho detto, di elaborare strategie di sviluppo condiviso e inoltre una buona rete di relazioni fra le istituzioni e i soggetti economici. Da alcuni anni, diciamo dalla crisi del 2008-2009, Torino ha perso la capacità di elaborare progetti di lungo periodo. È rimasta la rete di relazioni, ma senza progetti risulta sterile: diventa quel Sistema Torino che alcuni hanno considerato uno scatolone autoreferenziale.
Lo si potrebbe tornare a riempire di contenuti?
Io credo di sì. Torino è priva di un’Agenzia per lo Sviluppo dell’area metropolitana, che elabori strategie. Ce l’hanno tutte le grandi metropoli europee, perché noi no? Credo che gli investitori si metterebbero subito in ascolto e tornerebbero a scommettere sulla città. È l’unica strada per creare lavoro buono e trattenere i tanti giovani che se ne vanno.
Il Cardinale ha sollevato anche questo problema, insieme a quello dell’emergenza demografica. Qual è la sua opinione?
Il problema demografico è sicuramente la grande sfida dei prossimi decenni per la nostra città. Su questo problema penso che non bastino le politiche di sostegno alla natalità, ma bisogna puntare anche sull’immigrazione. Solo una immigrazione regolata e di qualità porterà forze nuove e fresche a Torino; noi da soli non riusciremo a risalire negli indicatori demografici. Ma qui si apre tutto un altro discorso, purtroppo affrontato dalla politica italiana in modo spesso ideologico e strumentale. L’immigrazione, al di là delle possibili criticità, non è un problema, ma parte della soluzione.



