Nessuna ambiguità sulla violenza

Torino – La violenza dev’essere stroncata, ma solo il futuro dirà se per fermare gli scontri che stanno alzando il livello della tensione a Torino è stato utile, oltre che giusto, chiudere il Centro sociale Askatasuna dopo 2 anni di gestione in collaborazione con il Comune

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Scontri davanti all'ex Centro sociale Askatasuna in corso Regina Margherita a Torino - foto Massimo Masone

La violenza dev’essere stroncata, ma solo il futuro dirà se per fermare gli scontri che stanno alzando il livello della tensione a Torino è stato utile, oltre che giusto, chiudere il Centro sociale Askatasuna dopo 2 anni di gestione in collaborazione con il Comune.

L’effetto immediato è la sconfitta dei tentativi di dialogo del sindaco Lo Russo, la ripresa dei disordini nelle strade e l’annuncio di manifestazioni non autorizzate nelle prossime settimane.

Il fallimento non nasce dal giusto dialogo con la maggioranza non violenta di Askatasuna, ma dall’ambiguità di contorno, che il Governo ha deciso di colpire cancellando tutto. Il Comune, i garanti del progetto di collaborazione e le forze di polizia non hanno mai isolato i facinorosi che si mescolavano e che sfruttano i cortei di contestazione democratica per farli degenerare in violenza; il rigore avrebbe dovuto andare di pari passo. L’assalto alla Redazione de «La Stampa» il 28 novembre, di sapore squadrista, ha superato ogni limite tollerabile.

Un primo gruppo di 18 anarchici violenti è già stato condannato dal Tribunale di Torino il 31 marzo 2025, ma non è bastato. I magistrati Caselli e Violante, nulla a che fare con il ministro Piantedosi, stanno ricordando che la città non può permettersi di vivere nella paura.

Altro, naturalmente, è cancellare gli spazi dell’opinione e del dissenso, specie in un tempo difficile come quello che stiamo vivendo, di terribili iniquità in tante situazioni e parti del mondo. Ma qui si apre l’altro capitolo della vicenda compromessa dall’ambiguità. La linea del Governo è sgomberare tutti i centri sociali, compresi quelli neofascisti di Casapound (quattro picchiatori condannati il 10 dicembre, sempre dal Tribunale di Torino, per il pestaggio di un giornalista de «La Stampa»).

Bisogna capire se questo abbasserà la tensione oppure la rinfocolerà. Una lunga stagione di guerriglia potrebbe far rimpiangere quella opaca dei centri sociali, che si poteva ben pensare di lasciare in vita come stanze di compensazione sociale e di espressione del dissenso legittimo, mettendo molto più impegno nella cattura dei criminali.

Non stanno scendendo nelle piazze soltanto i violenti, il solito centinaio che lo sgombero di Askatasuna ha lasciato (perché?) a piede libero. Il giorno dopo la chiusura del centro sociale hanno manifestato e bloccato le strade soprattutto migliaia di giovani pacifici, anche famiglie con bambini. Poi gli scontri con la polizia e la violenza, con testimoni che accusano della prima scintilla gli antagonisti e altri le forze dell’ordine.

Ora tutto il popolo dei centri sociali viene associato ai terroristi ed è un’equivalenza sbagliata, ma gli interessati dovrebbero farsi qualche domanda seria sulla propria ambiguità, confinante con la promiscuità.

Interrogato sulla vicenda, l’Arcivescovo Repole ha osservato che l’urgenza di isolare i violenti non contrasta con gli sforzi compiuti dal Comune in Askatasuna per l’inclusione. «Gli sforzi – ha detto – che vengono messi in campo, anche da chi ha responsabilità di governo nella città, per cercare sentieri di dialogo, sono positivi come tentativo di riconnettere il più possibile il tessuto sociale. Nello stesso tempo dobbiamo dire chiaro che ogni atto e forma di violenza non può che essere bandita: non si può vivere in una città che ha paura».

Repole ha chiesto di andare comunque oltre la questione delle sanzioni. «Dobbiamo riuscire a cogliere se c’è un disagio, soprattutto del mondo giovanile, sopito e non letto. Dobbiamo chiederci tutti, senza fariseismi, se siamo preoccupati del fatto che i giovani nelle nostre città spesso vivono con il terrore di diventare adulti, in una modernità che sta imponendo accelerazioni insostenibili. Le statistiche europee dicono che il 40% dei giovani, cioè quasi la metà, è affetto da ansia. Dobbiamo tenere insieme in una riflessione un po’ più compiuta tutte queste cose, non soltanto a spot».

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