Novant’anni fa, il 14 luglio 1936, l’assassinio in Spagna del deputato cattolico e monarchico Calvo Sotelo scatena la guerra civile («Guerra civil española»), che durerà 30 mesi fino al 19 aprile 1939, tra i miliziani (o lealisti) del «Frente popular», che difendono la seconda Repubblica, e i militari nazionalisti capeggiati dal caùdillo generale Francisco Franco.
Chi erano i repubblicani del Fronte Popolare?
Il Fronte popolare è una coalizione variegata di socialisti, comunisti, anarchici, repubblicani e nazionalisti baschi e catalani, una composizione eterogenea organizzata in colonne volontarie. Ma, con il passare del tempo, si integrano nell’Esercito popolare della Repubblica che combatte per difendere il governo legittimo, con forti componenti rivoluzionarie, antifasciste e anticlericali. A sostegno di questi lealisti l’Unione Sovietica invia armi e consiglieri, cioè le Brigate internazionalisono composte da volontari antifascisti da vari Paesi. Ma i conflitti interni tra la linea comunista (centralizzazione) e quella anarchica (rivoluzione immediata), indeboliscono il fronte repubblicano.
Lo scontro ideologico tra fascismo e antifascismo
Queste forze popolari si scontrano contro i militari nazionalisti, supportati dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, in una guerra totale considerata come preludio al secondo conflitto mondiale.
Nel luglio 1936 la situazione precipita. Le regioni a maggioranza cattolica si irrigidiscono e tagliano fuori massoni e comunisti. Il 17 luglio il generale Francisco Franco inizia in Marocco la sollevazione («alzamiento») militare. La Spagna è spaccata in due e diventa un banco di prova internazionale, tra fascismo e antifascismo. Dove i nazionalisti si impongono, la vita, le strutture, le parrocchie e le scuole cattoliche continuano regolarmente; dove prevalgono i rossi, le chiese sono incendiate, le scuole cattoliche distrutte, i religiosi presi in ostaggio e ammazzati.
Il colpo di Stato militare del 17 luglio 1936
Il conflitto armato nasce in conseguenza del colpo di Stato militare del 17 luglio 1936 contro le forze del legittimo governo della Repubblica, che aveva vinto le elezioni nel febbraio precedente. Obbedendo a un piano prestabilito, la guarnigione militare di stanza nel Marocco spagnolo si ribella al governo della Repubblica e un gran numero di unità militari, al comando di cospiratori, si sollevano anche sul territorio metropolitano.
Il capo del governo, Santiago Casares Quiroga, incapace di trovare una soluzione alla crisi, si dimette. Gli subentra Diego Martínez Barrio, che però si dimette il 19 luglio. Le aree più industrializzate e ricche Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Malaga, Paesi Baschi, Catalogna e Asturie sono sotto controllo delle forze fedeli al governo, mentre le forze nazionaliste controllano le zone rurali della Castiglia, quelle montuose della Navarra e gran parte dell’Andalusia con Siviglia, unica grande città caduta nelle mani degli insorti. Il nuovo governo di José Giral distribuisce le armi al popolo, che in diverse località combatte efficacemente contro gli insorti.
L’«alzamiento» e l’Armata d’Africa di Francisco Franco
Sulla carta – osservano gli storici – si contrappongono forze più o meno della stessa proporzione, tuttavia i nazionalisti possono contare sulla decisiva totalità dell’Armata d’Africa – il fulcro dell’esercito spagnolo – integrata dai «regulares», le temibili truppe marocchine comandate dai migliori ufficiali spagnoli – gli «africanistas» – tra i quali emerge rapidamente Francisco Franco. L’armata stanziata in Africa in alcune settimane si trasferisce su territorio spagnolo. L’«alzamiento» si trasforma in una logorante «Guerra civil» che sconvolge il Paese per tre anni, fino a quando Francisco Franco entra il 1° aprile 1939 nella capitale Madrid, sancendo la fine della guerra civile e dando inizio a una feroce repressione politica che insanguina la Spagna per molti anni: la lunga dittatura oppressiva e fascista del generale Franco dura almeno fino alla morte il 20 novembre 1975, durante la quale la vita politica è inesistente, i sindacati sono distrutti; si attua una divisione classista con braccianti e operai ridotti in condizioni miserevoli a favore dei ricchi possidenti terrieri e dei dirigenti d’industria; gli scioperi sono vietati; migliaia di repubblicani sono imprigionati e costretti ai lavori forzati; nelle campagne il regime restaura la struttura sociale tipica dell’«ancien régime», dove il potere è in mano all’aristocrazia terriera e alla Chiesa.
Il contesto internazionale e l’intervento di Mussolini e Hitler
A livello internazionale la guerra civile catalizza le simpatie della sinistra e della destra in Europa e nelle Americhe e la Spagna diventa il simbolo di una lotta globale dove da una parte vi è la sinistra e la giustizia sociale, e dall’altro lo schieramento della reazione, ispirato dalla Chiesa, dalle forze monarchiche e di destra, che rifiutano nel modo più categorico ogni progresso.
Vecchie e nuove potenze internazionali si confrontano sulle vicende spagnole. Regno Unito e Francia si propongono di evitare qualsiasi ingerenza nel conflitto, ma di fatto favoriscono le forze nazionaliste; la Germania nazista e l’Italia fascista pendono a favore della causa nazionalista; l’Unione Sovietica sostiene la Repubblica. Migliaia di volontari spinti dagli ideali di libertà e democrazia, vanno a combattere in Spagna nelle file dei repubblicani nelle Brigate internazionali, che comprendono uomini di 50 nazionalità diverse con l’appoggio di decine di intellettuali antifascisti.
Nell’estate 1936 Hitler rimilitarizza la Renania violando il Trattati di Versailles e pensa ad annettersi l’Austria; Mussolini conquista l’Abissinia e pensa di allargare l’Impero in Nordafrica e nella sua megalomania mira alla costituzione in Spagna di un altro Stato fascista che controlli lo Stretto di Gibilterra e, per questo, fornisce a Francisco Franco aerei, idrovolanti, carri armati, pezzi di artiglieria ma non ne esige il pagamento portando alla disperazione il ministro delle Finanze. I nazionalisti e i loro alleati uccidono 10 mila persone nei primi cinque giorni e gli ufficiali italiani inorridiscono per questi massacri a sangue freddo.
Pier Giuseppe Accornero


