Ottant’anni dalla Conferenza di Pace di Parigi

29 luglio-15 ottobre 1946 – La Conferenza di pace, dopo la Seconda guerra mondiale, si tiene a Parigi ottant’anni fa. Le potenze alleate vincitrici – Gran Bretagna, Unione Sovietica, Stati Uniti e Francia – negoziano i trattati di pace con le ex potenze, per lo più minori, dell’asse Roma-Berlino-Tokyo europeo, vale a dire Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia

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La Conferenza di pace, dopo la Seconda guerra mondiale, si tiene a Parigi – come dopo la Grande Guerra 1914-18 – ottant’anni fa, dal 29 luglio al 15 ottobre 1946. Le potenze alleate vincitrici – Gran Bretagna, Unione Sovietica, Stati Uniti e Francia – negoziano i trattati di pace con le ex potenze, per lo più minori, dell’asse Roma-Berlino-Tokyo europeo, vale a dire Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia. A queste Nazioni i vincitori consentono di riprendere le responsabilità di Stati sovrani negli affari internazionali e di qualificarsi per l’adesione alle Nazioni Unite. Situazioni molto più umilianti per la Germania e il Giappone.

L’accordo elaborato nei trattati di pace include il pagamento delle riparazioni di guerra, l’impegno per i diritti delle minoranze e aggiustamenti territoriali, tra cui la fine dell’impero coloniale italiano in Africa, Jugoslavia, Grecia e Albania;  modifiche ai confini italo-jugoslavo, ungherese-cecoslovacco, sovietico-rumeno, ungherese-rumeno, franco-italiano e sovietico-finlandese. Gli Stati sono obbligati a consegnare alle potenze alleate i criminali di guerra perché siano processati.

Impegno perché non rinasca il nazifascismo

Le clausole politiche stabiliscono che i firmatari devono «adottare tutte le misure necessarie per garantire a tutte le persone, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali, comprese la libertà di espressione, di stampa e di pubblicazione, di culto religioso, di opinione politica e di riunione pubblica». Ciascun governo adotta misure per prevenire la rinascita di organizzazioni fasciste o di qualsiasi altra organizzazione «politica, militare o paramilitare, il cui scopo sia quello di privare il popolo dei suoi diritti».

La Santa Sede sceglie la neutralità rispetto alle questioni politiche e territoriali discusse dalla Conferenza. In varie occasioni Pio XII si era espresso per «una pace  equa e giusta», capace di assicurare alle Nazioni un futuro di prosperità e concordia. La Santa Sede auspica più volte che non si commettano di nuovo gli errori dei Trattati di Versailles dopo la Conferenza di pace del 1919-20, quando ai vinti – specie alla Germania – fu imposta una pace punitiva e umiliante, che fu causa di una nuova guerra ancora più devastante e rovinosa. La Santa Sede, in particolare, «era preoccupata per la difficile situazione politica ed economica in cui versava l’Italia e fece tutto il possibile per sensibilizzare gli Alleati al problema italiano». Lo scrive il gesuita Giovanni Sale, storico de «La civiltà Cattolica», nel bel volume «De Gasperi, gli Usa e il Vaticano all’inizio della guerra fredda».

Il nunzio a Parigi ribadisce che la Santa Sede è imparziale 

La Santa Sede cerca di impedire che all’Italia sia imposto un trattato troppo duro, che avrebbe gettato il Paese nel caos e favorito solo le forze eversive, cioè i comunisti. In una lettera del 4 settembre 1946 il nunzio apostolico In Francia, mons. Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII, informa su alcune vicende della Conferenza. Anzitutto rileva il ruolo di imparzialità della Santa Sede: «In conformità alla posizione e al pensiero della Santa Sede, ho avuto cura di mantenermi estraneo ai conflitti che si vanno agitando e di evitare in qualsiasi modo l’impressione che la Santa Sede intervenisse in favore dell’una o dell’altra parte. Infatti, la stampa, anche la più ostile alla Chiesa, non ha mai fatto allusione a interventi o pressioni di questa rappresentanza pontificia».

La delegazione italiana guidata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arriva a Parigi l’8 agosto – De Gasperi parlerà all’assemblea il 10 – per esporre il punto di vista italiano sul trattato di pace e chiede al nunzio di intervenire presso il governo francese e i governi che hanno buoni rapporti con la Santa Sede perché sostengano la causa italiana. «Ho spiegato loro – scrive Roncalli – come, nonostante i sentimenti dcl mio cuore, non posso, nella mia qualità di rappresentante del Papa, adoperarmi in forme appariscenti in favore della causa italiana, specialmente presso il governo francese, sempre e oltremodo suscettibile a ogni espressione del nunzio che non sia ispirata a rigorosa neutralità politica».

Continua: «Tuttavia ho fatto presente che nei miei contatti amo ripetere – prescindendo dalle rivendicazioni territoriali di cui intendo non occuparmi – che un buon accordo tra Francia e Italia potrebbe essere a debita scadenza uno degli avvenimenti più benefici nella storia dei rapporti fra i due Paesi. Ho notato con soddisfazione che fra i delegati italiani regna l’accordo».

Il ruolo molto positivo di mons. Angelo Giuseppe Roncalli

Osserva padre Sale: «Nonostante le affermazioni di principio, risulta che mons. Roncalli non si tenne del tutto estraneo dalle questioni dibattute nella Conferenza di pace; egli ebbe numerosi incontri con personalità politiche di diversi Paesi. Per esempio, con le delegazioni australiana, canadese e austriaca: quest’ultima, in particolare – nota Roncalli – «mi ha pregato di ottenere l’interessamento della Santa Sede presso il governo italiano affinché sia concessa alla popolazione dell’Alto Adige una maggiore autonomia amministrativa, distintamente dalla regione trentina, e il rispetto della sua lingua e tradizione».

Invece – nota lo storico Sale – «la delegazione italiana, nonostante Togliatti si trovasse in quei giorni a Parigi, non riuscì a incontrare quella iugoslava, la quale pose un rifiuto ostinato a trattare le numerose e gravi questioni pendenti con l’Italia, ritenendo che ciò fosse di competenza dell’assemblea». Mons. Roncalli, che era stato rappresentante pontificio a Sofia, incontra anche la delegazione bulgara, che era a Parigi per chiedere alla Conferenza che fossero riconosciute le aspirazioni territoriali del popolo bulgaro e pregava il nunzio di esercitare la sua influenza presso gli uomini politici cattolici: «Ho fatto loro rilevare – confida Roncalli – come tali aspirazioni appaiano oggi troppo legate agli interessi della potenza occupante, e come generalmente si dubiti dell’indipendenza presente e futura del popolo bulgaro. Al che  hanno risposto che la più grande aspirazione di quel popolo è appunto la sua completa indipendenza politica, congiunta a profonde e necessarie riforme sociali».

Pier Giuseppe Accornero

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