“Perchè Torino abbandonò l’Agenzia per gli Investimenti?”

Intervista – Paolo Corradini dirigeva la fondazione Investimenti Torino Piemonte (Itp) per attrarre aziende e capitali finanziari. Oggi il dibattito sui patrimoni che volano lontano da Torino sta rinfrescando la memoria proprio su questa vecchia fondazione perduta

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C’era una volta la fondazione Investimenti Torino Piemonte (Itp). Il suo nome parlava chiaro: si occupava – per conto del Comune, della Regione e della Camera di Commercio – di attrarre investimenti a sostegno dello sviluppo imprenditoriale nell’area subalpina. Il dibattito suscitato dal cardinale Repole nell’Omelia di San Giovanni, a proposito dei capitali finanziari che oggi volano fuori Torino anziché essere investiti nella metropoli, sta rinfrescando la memoria proprio sulla vecchia fondazione Itp, che fu sciolta nel 2007 dopo dieci anni di attività. Secondo l’ex sindaco Castellani, che l’aveva molto voluta insieme al presidente Ghigo, quella fondazione andrebbe fatta rinascere senza perdere un minuto. E Paolo Corradini, che fu direttore di Itp e che intervistiamo qui di seguito, si dice dello stesso parere.

Paolo Corradini, già direttore della Fondazione Investimenti Torino

Cos’era Itp?

Era un gruppo di lavoro molto agile, appena dieci specialisti. Girava il mondo per spiegare le eccellenze imprenditoriali di Torino e del Piemonte, i centri di ricerca e le competenze presenti nel nostro territorio, le potenzialità di sviluppo e le opportunità di investimento più redditizie. Itp aveva buoni biglietti da visita con presidenti come Gian Mario Rossignolo, Andrea Pininfarina e Marco Boglione. Poteva contare su una stagione di buona concordia fra le istituzioni locali e gli attori economici: si parlava di «Sistema Torino» e io ritengo che fosse un’espressione molto positiva, indicava l’esistenza di una fitta rete di relazioni funzionali a puntare su obiettivi comuni.

In quali anni operò la fondazione?

Dal 1996 al 2007 circa. Aveva sede in via Bogino, in un fabbricato basso al fondo del cortile del palazzo che ospita anche il Circolo dei Lettori.

Perché a un certo punto venne sciolta?

Accadde sotto l’Amministrazione Bresso, si ritenne che non ci fossero risorse per andare avanti. Si fece l’errore concettuale di far confluire Itp nel Centro Estero delle Camere di Commercio. Fu un errore: il Centro Estero si occupa di vendere all’estero i prodotti torinesi, mentre Itp ragionava sugli investimenti da attrarre dall’estero verso il Piemonte. Sono due cose diverse.

Lei oggi come spiega che gli investimenti, anche quelli dei torinesi più facoltosi, volino facilmente lontano da Torino?

Lo spiego con la mancanza di chiare linee strategiche, che dicano cosa Torino vuole essere nel futuro, su quali settori imprenditoriali vuole puntare e quali opportunità di reddito offre in effetti agli investitori. Itp andava in giro per il mondo tutto l’anno, ogni giorno, a indicare i settori sui quali la città intendeva puntare.

Quali erano?

Questa fu una parte importante del nostro lavoro: individuare i settori di punta. Credo che oggi occorra farlo con molta più chiarezza e poi lavorare a pancia bassa per far conoscere gli obiettivi e attrarre operatori. Noi portammo l’attenzione sull’automotive, sulle Ict (informazione e comunicazione), sulle biotecnologie, la robotica e il settore aerospazio. Tutti settori nei quali Torino possiede competenze ed esperienze di qualità molto elevata. Nella nostra attività di promozione internazionale non facevamo nulla di originale: tante altre metropoli europee avevano e hanno ancora Agenzie per lo Sviluppo. All’inizio del nostro percorso volammo a Stoccolma per studiare da vicino la fondazione per gli investimenti della Svezia, che aveva dimensioni addirittura nazionali ed era nota per i suoi risultati.

Quali risultati portarono dieci anni di Itp?

Scelse di insediarsi in città una sessantina di aziende straniere, alcune di modeste dimensioni, altre molto importanti. Una fu Motorola con il suo centro di ricerca presso il Politecnico. L’altra General Motors, sempre al Poli. Sceglievano la zona del  Politecnico perché le aziende hanno bisogno di operare a stretto contatto con chi fa ricerca; il contributo degli Atenei universitari al lavoro di Itp fu in effetti fondamentale. Si insediarono a Torino varie altre aziende, una per esempio dalla Cina. Arrivano infine le Olimpiadi del 2006: Itp lavorò direttamente per la candidatura di Torino.

In cosa consisteva il vostro lavoro?

Nel far sapere che Torino esiste, perché nel mondo si sa poco. Poi nel far sapere che Torino e il Piemonte hanno grandi competenze e grandi storie d’impresa: all’estero, nel campo dell’industria alimentare, molti per esempio non sanno che Lavazza è torinese e che Ferrero opera poco lontano… Infine bisognava promettere all’aziende che sarebbero state accolte bene, che sarebbero state affiancate nella fase di insediamento, aiutate a trovare aree e fabbricati idonei, aiutate a reperire personale competente.

Oggi questo lavoro non si fa più?

Se si fa, si vede poco. E certo non esiste più un’istituzione incaricata di farlo in modo specifico. Meriterebbe rispolverare l’idea.

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