Non tutti hanno gradito il monito dell’Arcivescovo Repole, pronunciato la settimana scorsa in occasione della Festa di San Giovanni Battista, a investire di più nelle imprese torinesi e nello sviluppo locale, investire gli immensi patrimoni di denaro affidati alle banche di casa nostra: sono patrimoni in continua crescita (+6% nel 2024), ma vengono fatti fruttare in mercati finanziari che stanno spesso dall’altra parte del mondo. L’omelia di San Giovanni – pronunciata per far voce alla sofferenza di una città che vede chiudere le sue fabbriche e ha grandi sacche di povertà, vede fuggire i giovani e calare a picco il numero delle nascite – ha suscitato decine di reazioni sui giornali, favorevoli e contrarie. È arrivata in appoggio l’opinione di Ferruccio De Bortoli, già direttore del «Corriere della Sera» e del «Sole 24 Ore», che in un editoriale sul Corriere ha parlato di omelia «quasi rivoluzionaria» ponendola all’attenzione dell’Italia.

Perché rivoluzionaria?
Il Cardinale ha detto quello che nessuno dice. Ha posto una questione centrale per il futuro di Torino e dell’Italia: che non si può sanare le ferite sociali, rilanciare il mondo produttivo e il mercato del lavoro se il 98% del risparmio gestito finisce fuori Italia. Resta investito nel nostro Paese solo il 2%, ben poco. Le imprese si trovano senza carburante e il territorio declina.
Colpa delle banche?
Non è questione di banche o di colpe, perché gli investimenti seguono logiche di profitto più che legittime, come lo stesso cardinale Repole ha riconosciuto. La questione è di altro genere: di valutare il peso complessivo delle scelte di investimento ed elaborare strategie come territorio – risparmiatori, banche e politica tutti insieme – cercando di darsi una direzione. Ecco, questo mi sembra che si faccia poco. Si può davvero pensare di vivere con l’unico obiettivo di ingrassare le casseforti familiari? I grandi proprietari di patrimoni (Torino è la terza città d’Italia per numero di famiglie benestanti, ndr.) vengono da decenni di attenzione concentrata solo sulla massimalizzazione delle rendite.
Cosa manca?
Chi detiene il denaro ha smesso di interrogarsi sul rendimento «sociale» degli investimenti, cioè sul tipo di società che andiamo a costruire quando smettiamo di stimolare, incentivare, promuovere l’economia reale: smettiamo di farlo perché questo tipo di azione rende meno di certe speculazioni finanziarie. È vero. Ma siamo poi contenti della società nella quale viviamo? È una società più diseguale, conflittuale, sospettosa. Credo che il Vescovo di Torino abbia il merito di aver posto una questione di visione complessiva.
Il compito delle banche?
Far circolare il denaro. Certo, giocando sulla leva di migliori condizioni finanziarie per incentivare i risparmiatori a smobilitare il denaro fermo nei conti correnti e dirottarlo sulle imprese. Credo che le banche italiane potrebbero fare di più per sostenere il rilancio: stanno ottenendo grandi profitti, ma il credito alle imprese non aumenta.
Perché gli investimenti volano lontano?
È la domanda che tutti dovrebbero farsi, a partire dal mondo politico. L’Italia e Torino sono poco attrattive. Io osservo che la mancanza di investimenti a vantaggio del proprio territorio è tipica delle società anziane, che investono dall’altra parte del mondo perché hanno perso interesse per il locale e cercano solo più le migliori occasioni di rendita. Possono farlo, ci mancherebbe altro, ma per il territorio non c’è vantaggio.
Come spingere a investire sul territorio?
Gli investitori sono nati e cresciuti nel proprio territorio. Si sono formati in buone scuole locali, hanno goduto di buoni servizi pubblici, sono vissuti nella libertà… È prudente, oltre che morale, disinteressarsi di tutto questo?




