Da molti anni ormai in Valsusa, a Chiomonte, alcuni esagitati cercano di impedire – ricorrendo alla violenza e alla intimidazione contro il cantiere e le persone che vi lavorano come operai e come forze dell’ordine – la costruzione di una galleria di servizio per il Tav.

Da molti anni la violenza NoTav è stata tollerata con indifferente indulgenza, di fatto rinforzando i disegni criminali dei delinquenti. Soltanto oggi, con imperdonabile ritardo, sembra che si riesca finalmente a prendere coscienza della gravità e pericolosità del problema.
Ma solo perché i NoTav – fin qui forti di uno scudo di sostanziale indifferenza e impunità – questa volta hanno «esagerato», appalesando la loro componente pericolosamente eversiva.
Le cronache di quanto successo sabato 25 luglio in occasione (o col pretesto?) del cosiddetto «Festival dell’alta felicità» sono univocamente precise. A parte il fatto che mescolare «felicità» e «botte» è un masochistico segnale, a dir poco, di confusione mentale, tutti hanno potuto constatare che bande separate di violenti malviventi agivano contestualmente con obiettivi diversi ma concordati, all’interno di un piano comune (realizzato) di devastazioni e danneggiamenti di «magnitudo» mai registrata prima. Con tanto di «divise» nere e volti mascherati: in sostanza, con metodi da guerriglia parafascista, per chiamare le cose con il loro nome.
Ed è irresponsabile chi propaganda la falsità che non vi sarebbe nessuna distinzione tra valligiani e black bloc, perché – a differenza dei soggetti di «importazione» a forte trazione antagonista tipo Askatasuna – i valsusini sono persone per bene, che il fascismo vero l’hanno combattuto e certamente non si lasciano abbindolare da travestimenti che, sotto proclami farlocchi d libertà, nascondono metodi di fatto eversivi.
È comunque tramontato – per fortuna- il tempo in cui si scomodava addirittura il «Tribunale permanente dei popoli» (organo della Fondazione Basso, presieduta da uno storico esponente di Md). Il Tribunale, che di solito si occupava di questioni serie e drammatiche come il genocidio politico in Colombia, ora veniva coinvolto in un processo – che definire sommario è davvero poco – perché condannasse la repressione contro il movimento NoTav. Senza rendersi conto che in questo modo la nobile figura di Lelio Basso veniva degradata al livello di un Berlusconi qualunque.
Oggi si polemizza ancora, ma di «pagliacciate» del genere si è persa per fortuna la memoria.



